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Scritto da Angelo Vecchio
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martedì 15 gennaio 2008 |
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C’è un filo di colore rosso sangue che si estende per tutta la città. E' un filo che non si misura in metri, ma in anni. La prima estremità parte dagli anni Quaranta del secolo scorso. L’altro capo arriva sino a noi, cittadini, spettatori, politici, studenti, classe dirigente e cronisti, che narrano, attingendo a volte al patrimonio del mestiere e altre volte cercando tra pile di carte alte così, che si trovano accatastate nei vecchi casermoni di polizia e carabinieri. In paese c’è una storia di mafia lunga oltre cinquant’anni. |
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Scritto da Concetta Rizzo
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lunedì 14 gennaio 2008 |
Fare il capo provincia di Cosa Nostra, anche se per un limitato periodo di tempo, non è facile. Si devono tenere a mente tanti nomi, i volti e i paesi dei “picciotti”. A complicare ogni cosa, in Sicilia in generale, e ad Agrigento in particolare, si ci mettono, poi, pure le “inciurie”. Quei sopranomi che non sai mai se sono il cognome vero o l’alias della famiglia. Così è stato anche per il racalmutese Maurizio Di Gati, ex reggente dell’Agrigentino e attuale collaboratore di giustizia. |
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Scritto da Angelo Vecchio
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sabato 12 gennaio 2008 |
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Tragico destino quello dei picciotti di malavita. Passano l’esistenza tra i pericoli e con i piedi di là del codice penale. Ma in tasca hanno sempre tanti soldi. Sanno che, prima o poi, dovranno finire in carcere. Lo mettono in conto, altrochè. Nessuno di loro, però, pensa che, un giorno o l’altro, potrebbe finire ammazzato. E da ragazzi ne saranno stati certi Angelo Panarisi, Angelo Antona e Angelo Carusotto. Sono i nomi di tre picciotti che le cronache degli anni Quaranta e Cinquanta del secolo che se ne è ormai andato erano indicati dagli investigatori come giovani emergenti di Cosa nostra. Finiscono in carcere per una ventina d’anni. Dietro di loro storie di omicidi e di vendette tra «cosche». Tornano in libertà con i capelli bianchi. Quando pensano di potere passare la vecchiaia in famiglia ecco che si trovano nel mirino delle armi da fuoco. Uno finisce ammazzato addirittura in una sala da barba, proprio come si vede nei film sui gangster americani. |
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Scritto da Calogero Giuffrida
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sabato 12 gennaio 2008 |
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Anche se in Sicilia non ci fu la lotta partigiana, perché gli americani spazzarono via i nazisti dopo il loro sbarco, molti siciliani pagarono lo stesso un tributo di sangue alla “guerra di liberazione”. Come l’aragonese Salvatore Cacciatore "Ciro", 25enne, comunista, capo partigiano della brigata Nino Bixio, torturato e impiccato insieme ad altri tre combattenti per la libertà nel pomeriggio del 17 marzo 1945 ai lampioni del Campitello, la piazza di Belluno che, nell'immediato dopoguerra, per ricordare il barbaro eccidio, fu intitolata ai martiri. Fu quello uno degli episodi più drammatici della resistenza bellunese, anche per l'intervento del vescovo Girolamo Bortignon che non esitò ad abbracciare e benedire i cadaveri ancora caldi dei quattro partigiani: oltre a Cacciatore, Bepi De Zordo, Valentino Andreani e Gianleone. Ed è proprio a Belluno, nell'aula magna dell'Itis "Segato", che oggi si ricorda l’eroe aragonese con un incontro dal titolo“Ciro un partigiano siciliano martire”. |
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Scritto da Gerlando Cardinale
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sabato 12 gennaio 2008 |
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AGRIGENTO. «Dopo avere denunciato i miei aguzzini ho perso alcuni parenti e in molti mi hanno tolto il saluto. In realtà l'unico errore che ho fatto è stato quello di non collaborare subito». Giuseppe Vita, il rivenditore di auto di Favara che ha deciso di ribellarsi dopo 5 anni di violenze e sopraffazioni, trema ancora quando racconta l'episodio dell'usuraio che gli ha puntato la pistola in testa per convincerlo a pagare oltre il doppio di quanto aveva avuto in prestito.
Accanto a lui, nel divano dello studio legale, l'avvocato Giuseppe Arnone che lo assiste nel processo contro i suoi usurai dove si è costituito parte civile ribadendo in aula le accuse fatte ai carabinieri. |
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Scritto da Gero Tedesco
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giovedì 10 gennaio 2008 |
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REALMONTE. La sua morte è stata dimenticata. Il suo ricordo, nell’opinione pubblica, è rimasto sepolto assieme alle macerie di salgemma che fermarono la sua vita. Nemmeno in un periodo dove si grida al quotidiano scandalo delle morti bianche la sua fine è stata ortata ad esempio: come ciò che non dovrebbe accadere in un luogo di lavoro. empedoclino Vincenzo Noto aveva 40 anni. Il 23 febbraio del 2006, mentre stava lavorando, un blocco di «sale» si staccò dalla miniera Italkali di Realmonte e lo schiacciò. Ci vollero nove, interminabili, ore per estrarre la sua salma rimasta bloccata tra le lamiere della pala gommata che stava guidando. |
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