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ROMA. «Quando vivevo a Palermo la mafia non si nominava nemmeno. Se qualcuno, magari uno straniero, chiedeva: ma la mafia cos'è? La gente rispondeva: la mafia non esiste, è una invenzione della stampa». Con questa riflessione inizia l'ultimo libro di Dacia Maraini «Sulla mafia», della Giulio Perrone editore.
Una riflessione sulla mafia, un monologo in cui la scrittrice affronta storie di mafia, vicende del passato e del presente che vanno dalla morte di Falcone e Borsellino alla ribellione dei ragazzi di Locri dopo l'omicidio Fortugno. Tra narrativa, reportage, inchiesta, colloquio, la Maraini invita con questo libro a non distrarsi, a partecipare, a capire. E lo fa attraverso un dialogo ipotetico che si svolge tra una madre e suo figlio, un pentito di mafia ucciso per vendetta. Si tratta di un monologo doloroso ispirato a fatti veri. Una madre che porta fiori e un paio di scarpe a suo figlio al quale dice: «Sono venuta per maledirti», eppure non riesce a negargli un gesto ultimo di pietà umana. «Stanotte ho fatto il sogno che mi dicevi: mà, ho freddo, e mi facisti pena. Coi piedi di fuori, nudi, bianchi. Tu che amavi tanto le scarpe eleganti, le scarpe costose». «Ora con quei piedi nudi mi fai proprio pena. Ti ho portato un paio di scarpe buone». Ma soprattutto il libro vuole essere una riflessione sui confini tra lecito e illecito, sulle responsabilità civili: «Pochi si rendono conto - afferma la scrittrice nel libro - che questo è un Paese assetato di giustizia. Anche se finge di non crederci, anche se pratica il vezzo del cinismo, anche se per abitudine preferisce allearsi coi più forti, anche se pretende di credere che la furbizia vinca su tutto. Quel poco o molto di buono che c'è nel Paese ha un bisogno fisiologico, estremo di giustizia. E non di una giustizia astratta, sbandierata, retorica, proclamata e fumosa». |