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Libri d'autore. La penna di Savatteri per capire i ragazzi di Regalpetra PDF E-mail
Scritto da Redazione   
martedì 28 aprile 2009

RACALMUTO. «È fatica persa cercare  Regalpetra sulle carte geografiche. Non c'è. Si trova solo  negli atlanti dei luoghi immaginari. Esiste Racalmuto invece. Al  trentasettesimo parallelo, sull'altipiano zolfifero, in  provincia di Agrigento, il paese comunque appartiene al  territorio della letteratura. Qui è nato Leonardo Sciascia: da  Racalmuto ricavò metafora della Sicilia, dell'Italia intera:  metafora dei nazionali difetti, più spesso». 

Gaetano Savatteri, giornalista, torna nella terra dove è  cresciuto per raccontare le storie di quei ragazzi con cui ha  condiviso un tratto di giovinezza. Poi, ciascuno ha preso la sua  strada: c'è chi ha cercato e trovato la propria realizzazione  nell'onestà e nell'impegno, altri invece hanno preferito stare  dalla parte opposta, quella della ferocia mafiosa. Savatteri li ha cercati e trovati per tentare di capire cosa  sia successo a quei ragazzi un tempo accomunati dalle stesse  passioni, uniti dalla musica e dall'amore per il calcio. Ora  sono criminali, assassini, ergastolani. A Racalmuto, dal luglio  1990 al dicembre 2006, ci sono stati venti omicidi; due stragi;  due casi di lupara bianca; un suicidio e tre manifestazioni  contro la mafia.  Sciascia, anche lui un ragazzo di Regalpetra - scrive  l'autore - non ha potuto raccontare gli ultimi venti anni del  suo paese, morì il 20 novembre 1989: «Il suo funerale a  Racalmuto celebrò la scomparsa di un intellettuale italiano  scabro e scomodo nelle lettere italiane, aprì allo stesso tempo  una stagione nuova e terribile per il paese dove veniva sepolto.  Stagione di morti, lutti, violenze. La coincidenza, del tutto  casuale, assumeva così un valore simbolico». «Conoscevo i ragazzi che diventarono mafiosi - dice  Savatteri - le loro vittime, i morti incolpevoli. Eravamo un  pugno di coetanei nel paese che si poteva abbracciare con  un'occhiata. Le strade presto si divisero, ciascuno fece la  propria scelta, in piena coscienza. Ciascuno decise per sè, non  avevano alcun peso il sangue o il destino: questi mi sembrano  alibi». «Chi non morì - prosegue - chi oltrepassò la  mattanza, trovò ragioni e carriera dentro Cosa Nostra. Ho  incontrato i sopravvissuti alle guerre di mafia, i ragazzi fatti  uomini d'onore, con loro ho cercato di ripercorrere dolori e  misfatti. Ho tentato di individuare la causa o il momento in cui  ciascuno imboccò la propria traiettoria. Non so se sono  riuscito a capire, a far capire. Spero almeno di raccontare una  storia, di farne metafora , non dico del bene e del male, ma di  tutto quello che ci sta in mezzo».

 
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