|
RACALMUTO. «È fatica persa cercare Regalpetra sulle carte geografiche. Non c'è. Si trova solo negli atlanti dei luoghi immaginari. Esiste Racalmuto invece. Al trentasettesimo parallelo, sull'altipiano zolfifero, in provincia di Agrigento, il paese comunque appartiene al territorio della letteratura. Qui è nato Leonardo Sciascia: da Racalmuto ricavò metafora della Sicilia, dell'Italia intera: metafora dei nazionali difetti, più spesso».
Gaetano Savatteri, giornalista, torna nella terra dove è cresciuto per raccontare le storie di quei ragazzi con cui ha condiviso un tratto di giovinezza. Poi, ciascuno ha preso la sua strada: c'è chi ha cercato e trovato la propria realizzazione nell'onestà e nell'impegno, altri invece hanno preferito stare dalla parte opposta, quella della ferocia mafiosa. Savatteri li ha cercati e trovati per tentare di capire cosa sia successo a quei ragazzi un tempo accomunati dalle stesse passioni, uniti dalla musica e dall'amore per il calcio. Ora sono criminali, assassini, ergastolani. A Racalmuto, dal luglio 1990 al dicembre 2006, ci sono stati venti omicidi; due stragi; due casi di lupara bianca; un suicidio e tre manifestazioni contro la mafia. Sciascia, anche lui un ragazzo di Regalpetra - scrive l'autore - non ha potuto raccontare gli ultimi venti anni del suo paese, morì il 20 novembre 1989: «Il suo funerale a Racalmuto celebrò la scomparsa di un intellettuale italiano scabro e scomodo nelle lettere italiane, aprì allo stesso tempo una stagione nuova e terribile per il paese dove veniva sepolto. Stagione di morti, lutti, violenze. La coincidenza, del tutto casuale, assumeva così un valore simbolico». «Conoscevo i ragazzi che diventarono mafiosi - dice Savatteri - le loro vittime, i morti incolpevoli. Eravamo un pugno di coetanei nel paese che si poteva abbracciare con un'occhiata. Le strade presto si divisero, ciascuno fece la propria scelta, in piena coscienza. Ciascuno decise per sè, non avevano alcun peso il sangue o il destino: questi mi sembrano alibi». «Chi non morì - prosegue - chi oltrepassò la mattanza, trovò ragioni e carriera dentro Cosa Nostra. Ho incontrato i sopravvissuti alle guerre di mafia, i ragazzi fatti uomini d'onore, con loro ho cercato di ripercorrere dolori e misfatti. Ho tentato di individuare la causa o il momento in cui ciascuno imboccò la propria traiettoria. Non so se sono riuscito a capire, a far capire. Spero almeno di raccontare una storia, di farne metafora , non dico del bene e del male, ma di tutto quello che ci sta in mezzo». |